Tempo fa leggevo un articolo su quanto valga la vita degli sherpa nepalesi che accompagnano gli scalatori occidentali e non riuscii a non pensare ai miei amici sherpa. Ormai ne ho un cospicuo numero. Gente semplice e umile, ragazzi che un sorriso non lo negano mai a nessuno. Mi venne in mente un giorno di qualche anno fa, quando arrivò un messaggio dal Khumbu. Era Som da Gokyo, il mio fratellino, la mia fidata guida: ”Didi, I’m ok, but here 18 Sherpa people are still missing”. Un’altra tragedia aveva colpito quella povera gente, instancabili lavoratori, padri di famiglia, figli devoti.
La disgrazia è un evento non comune ma neppure raro, perché il loro compito è quello di montar scale e fissar corde per il circo dell’Everest, dove un esercito di stranieri mascherati con gli erogatori pianterà le proprie bandierine sul tetto del mondo. Evento definito dalla stampa come “una tragica fatalità che può accadere a chi di mestiere fa il portatore o la guida in alta quota”. Perché, allora, affrontare tanto pericolo?

Un ragazzo del Khumbu cresce aiutando i genitori a coltivare i terrazzamenti, porta sulla schiena pietre, frasche, legname e, quasi come logica conseguenza, sacche dei turisti, ricevendo una mancia con cui acquistare un pugno di riso in più e, magari a fine anno, insieme ai fratelli, anche una capra. Se forza e resistenza lo assistono, il ragazzo trova un lavoro presso un importante travel agent locale: qui, a volte, le mance dei trekkers superano la paga. Con ulteriore impegno e anche un po’ di fortuna si diventa finalmente guida. Ora sì, suo figlio potrà studiare in una scuola migliore e la madre, che si è spaccata la schiena per una vita intera, potrà prendere le gocce di collirio per la cataratta.  Il gioco vale la candela? Uno sherpa, un magar o un rai non possono fare altro nella vita? La risposta è da ricercare nella natura umana: ognuno di noi desidera migliorarsi e cercare opportunità per una vita migliore.

Comunemente i portatori sono chiamati sherpa dai trekkers. Certo, molti di loro sono di etnia sherpa, ma tanti altri sono magar, gurung, rai o limbu o di altre parti del paese, sempre molto povere, purtroppo. Il termine corretto per indicare un “portatore” in nepalese è bharya. Gli sherpa, in tibetano “genti dell’Est”, invece, sono un’etnia in perenne nomadismo tra Tibet e Nepal: con le mandrie di yak trasportano sale e lo barattano con l’orzo, la tsampa, base della loro alimentazione. Originari delle montagne di questa regione e poi migrati nelle valli nepalesi dell’Alto Khumbu, i più fortunati di loro oggi hanno in mano il business del turismo, dei trekking, dell’alpinismo, dei resorts e lodges sul tetto del mondo.

Ne ho incontrati tanti che camminavano curvi e schiacciati dai pesi caricati sulle spalle, sproporzionati rispetto alla loro corporatura. Ne ricordo uno che aveva sulla schiena sette materassi, un altro che trasportava quattro bombole del gas, e poi due che si erano caricati sulla schiena quattro porte di legno, un altro con talmente tante taniche addosso che gli si vedevano solo le gambe dai polpacci in giù. Ho incontrato un gruppo di bharya con il viso coperto da un fazzoletto, curvi sotto gerle ripiene di carni macellate chissà quanti giorni prima.

Quando ho conosciuto Tsering anni fa, mi ha raccontato che, mentre trasportava 60 kg di materiale, era scivolato sul percorso spaccandosi l’infradito e slogandosi la caviglia. Aveva un cotechino al posto del piede e non riusciva a reggersi in piedi, ma era più preoccupato di far arrivare il materiale al Campo Base. Gli avevo dato del ketoprofene, raccomandandogli di stare a riposo qualche giorno e di fare impacchi freddi. Ora la mia Mamma Sherpa, la mamma di Tsering, ogni volta che torno a Punghi Tanga mi accoglie con una khata (una sciarpa tradizionale) e mi abbraccia come una figlia, una figlia che ogni tanto torna a casa a trovarla, sul tetto del mondo.

Credo che ognuno abbia i suoi limiti e il suo Everest. Il mio è sempre lì, e lo guardo con rispetto e riverenza dal basso, ai piedi delle sue pendici, ascoltando i segnali che la montagna mi manda per farmi capire fino a quanto mi posso a lei avvicinare e mai pensando di essere più forte, più audace, più furba di lei. Chiunque vada in Himalaya dovrebbe farsi accompagnare da un bharya e da una guida locale o uno sherpa, per sicurezza personale, per dar valore aggiunto al viaggio e per aiutare le microeconomie locali.

Gran lavoratori, mesti, disponibili, forti, unici, fedeli e affidabili compagni di avventure. Questi sono per me gli sherpa. Non ce n’è uno, tra quelli che conosco, che non mi abbia trattata come una regina da quando vengo a camminare in Himalaya.

1 commento

  1. Cara Silvia,

    Ben detto, complimenti, sono d’accordissimo. Se non ci fossero loro non ci sarebbe stata la grande storia sulle montagne dell’Himalaya e noi non andremmo a fare i trekking sulle loro spettacolari montagne, come spettacolari sono i nepalesi.

    Namaste !
    Daniela Pulvirenti

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