Penetrare fino al centro del Palazzo di Diocleziano, ricevuti dall’imperatore stesso. D’estate sarà un catino di turisti, ma fuori stagione, magari di notte, il peristilio è scenario di misteri. Basta non farne un luogo di semplice passaggio, ma sedersi a lungo, osservare. Alcuni lo fanno con una lattina di birra. Dove starà dormendo stanotte Diocleziano? Cambia stanza ogni notte, per paura di essere ucciso. L’eco dei corridoi l’aiuta ad avvertire il pericolo. Sullo sfondo di crepe e balconi che scopri obliqui, al tuo cospetto si susseguono i passanti meno imperiali: una gang di adolescenti in bicicletta, spavaldi e un po’ ingenui; i turisti più inquieti sputati da una stradina e inghiottiti da un’altra. Tu in quei dieci secondi hai già girato un film sulla loro vita, ma loro non lo sapranno mai.

L’ipnosi del centro storico ricavato da un Palazzo: giri giri e non ti stanchi mai, scopri ogni volta un vicolo nuovo. Come sempre, a non capire, a non cogliere, a non sentire nulla, ci sono gli invasati del click, i cui occhi delegano, la cui mente posticipa a data da definirsi. Rendono brutte le piazze più belle, è loro appannaggio il cibo peggiore.

Diocleziano scaccia i click, che rimbombano nel vuoto delle sue stanze, nel vuoto in generale. Al risveglio sente le urla dei due mercati che affiancano il palazzo, quello del pesce e quello di verdura e vestiti. «Hai delle spalle bellissime», seduce la venditrice di giacche. L’imperatore origlia i discorsi seduti al bar di due ragazze disfatte dalla sera prima. Invidia e vorrebbe unirsi ai vecchi che alle 10 del mattino già bevono grappa. Il popolo di Split non ha ceduto del tutto a General Turismo, anche se ha perso la battaglia del lungomare, del cammino dalla stazione dei bus al Palazzo, un’orrida accozzaglia di neon, cattivo cibo, cattivi consigli.

Diocleziano cammina spedito da una stanza all’altra, fa spalancare le finestre. Vorrebbe uscire dal Palazzo, ma non può, è un fantasma, è morto. Noi no, e godiamo di alberi, stradine, scuole. Del bel teatro dell’opera, dei musicisti di strada. Della Spalato quotidiana in questo giorno di primavera: una mamma mette un bambino su un muretto apposta per abbracciarselo un’ora.

Più in là, al Museo Marittimo, la guerra. E ciò che ci fu prima della guerra, lezione da non dimenticare. Il governo iugoslavo sempre più schiacciato dalla pressione tedesca. L’Italia attendista, che all’inizio perlustra solo i cieli, e dà fastidio a qualche peschereccio (nobile tradizione). Attacca solo quando sa delle difficoltà dell’esercito iugoslavo, lacerato dalla rivolta croata. Si proietta una pietosa parata, documentata dall’Archivio Luce. In genere la voce del gagliardo narratore italico mi risulta anche buffa, mi è simpatica. Qui no. Forse perché sono dalla parte del nemico, ma anche perché il narratore decanta “le armi chimiche”, “gli strumenti di morte” e altre atrocità. La telecamera passa in rassegna la “bellezza guerriera” (che hashtag avremmo con il fascismo!), ma i soldati italiani sono uno più lontano dell’altro dalla disciplina marziale.

Lo sono anch’io: visito alla velocità della luce le sale con le pistole, i fucili, i siluri, i modellini di navi da guerra, e mi dedico all’altra ala del museo. Invece delle bombe, le anfore. Gli strumenti di navigazione al posto di quelli di morte. Le mappe: siamo di fronte al Gargano, ai luoghi che visito ogni estate, a Pelagosa che vedo al tramonto dal trabucco e dove Rumiz ha raccontato il ciclope-faro. In un acquario nuota triste il pesce Francis: la sua compagna se n’è andata qualche tempo fa: quelli del museo ci assicurano che gliene troveranno un’altra. Ancora anfore incrostate.

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