Longyearbyen, il capoluogo dell’arcipelago norvegese delle Svalbard, situato al 78° di latitudine e a poco più di 1.000 km dal Polo Nord, si estende sulle due sponde di un fiume, ghiacciato in questi giorni finali di aprile. Percorro la strada parallela al fiume e a una serie di tralicci, impegnati ancora oggi a sostenere le robuste corde da cui penzolano i carrelli adibiti al trasporto di carbone in un tempo ormai andato. Dopo circa 500 metri giungo al cimitero, davvero essenziale. “Contai in tutto 52 tombe, disseminate nel cimitero più spaventoso che avessi mai visto prima; un cimitero senza epitaffi, senza monumenti, senza fiori, senza ricordi, senza lacrime, senza preghiere; un cimitero desolato, in cui non si sente mai un sospiro, una voce, un passo umano; una solitudine terribile, un silenzio profondo e ghiacciato, turbato solamente dall’urlo sordo dell’orso bianco o dal mugghio della tempesta!” Così descrisse il luogo Léonie D’Aunet, la prima donna a recarsi oltre il Circolo Polare Artico nel 1839. Le isole sono cambiate da allora e il cimitero non incute più tanto timore; altre sensazioni, però, valgono oggi come allora: “tutto è fantastico e reale allo stesso tempo, ogni dettaglio sconcerta la memoria, impressiona lo spirito colmandolo di un’ineffabile sensazione, mista di spavento e di ammirazione.

Dal luogo dell’eterno riposo a quello della vita sociale il passo è breve qui, è sufficiente oltrepassare il fiume attraverso un ponte. Gli abitanti delle Svalbard sono riusciti a trasformare Longyearbyen da insediamento puramente minerario a piccolo centro culturale. Anche se siamo in capo al mondo, durante l’anno sono organizzate varie manifestazioni, alcune tipiche del luogo, come la maratona di sci che si svolge l’ultimo sabato di aprile, e altre assolutamente impensabili, come il festival di jazz organizzato ogni gennaio, quando la luce diurna è in bilico tra l’essere un lontano ricordo e un atteso evento.

Rimango sorpreso a osservare che la comunità è composta esclusivamente da giovani e bambini. Considerando, però, le condizioni climatiche e, quindi, di vita nell’arcipelago, la sorpresa affievolisce. Difficile immaginare come un anziano possa trascorrere gli ultimi anni della propria vita al freddo di queste latitudini, senza la tranquillità di un ospedale completamente attrezzato e con l’insidia del ghiaccio quasi sempre presente. All’opposto, per i più piccoli il villaggio è una vera pacchia: neve per otto mesi all’anno vuol dire spericolate discese con gli slittini, divertenti battaglie a palle di neve, soffici atterraggi alle cadute. Oltre le case, infatti, un gruppo di bambini risale un pendio con la propria slitta per lanciarsi in una folle discesa. Non so se per l’incoscienza dell’età o per abitudine, sembrano del tutto tranquilli e spensierati, senza alcuna preoccupazione per il possibile sopraggiungere di un orso polare. A differenza mia, che ripetutamente mi guardo alle spalle.

Il mattino dopo partecipo a un’escursione in motoslitta. La primavera è il periodo più suggestivo, la temperatura è di poco inferiore allo zero e il paesaggio è ancora completamente ghiacciato; il sole, però, è presente per tutte le ventiquattro ore. Superati gli ultimi edifici di Longyearbyen, con le case ormai alle spalle come fossero una manciata di edifici sparsi lungo la costa, ci tuffiamo nel deserto artico. Dopo una lunga corsa con montagne di ghiaccio a proporsi di continuo come scenario mozzafiato, giungiamo al livello del mare in una baia del Templefjorden. Qui sorge un capanno che ha dato rifugio nei secoli passati ai tanti cacciatori, prima russi e poi norvegesi, che affrontarono le insidie dell’arcipelago per le carni e le pellicce di orsi, trichechi, foche, volpi e renne. Uno dei più leggendari è sicuramente Henry Rudi: sembra che sia riuscito a cacciare ben 759 orsi! Altra nota di merito spetta a Hilma Nøis per aver trascorso 38 inverni alle Svalbard tra il 1909 e il 1973, diversi dei quali assieme alla coraggiosa moglie Helfrid. Mi colpisce, infine, la leggenda secondo cui il cacciatore Georg Bjømnes comprò l’intera edizione annuale di un quotidiano prima di recarsi nel suo rifugio; ogni mattina leggeva il numero datato esattamente un anno prima!

Dopo un tratto misto di curve e rettilinei, sbuchiamo in un’area ampia e immacolata. Il sole brilla e illumina il paesaggio davvero unico. Lo sguardo scivola sull’enorme lastra bianca fino a raggiungere il villaggio fantasma di Pyramiden, abbandonato quasi vent’anni fa dai russi per le difficoltà nell’estrazione del carbone. Purtroppo una crepa nel ghiaccio, seppur larga solo un dito, ci costringe a terminare la nostra corsa: oltrepassarla non sarebbe un problema, ma al ritorno, se si fosse allargata, ci obbligherebbe a trovare una via alternativa ben più lunga.

Dopo 150 km di panorami incantevoli, facciamo ritorno a Longyearbyen. Restituita la motoslitta, mi incammino verso l’albergo, fermandomi ripetutamente. Da ovunque osservi il villaggio, dall’alto della chiesa, dalla costa ghiacciata, dalla via pedonale, dall’ultimo edificio prima dell’entroterra bianco, la sensazione provata è sempre la stessa: quella di trovarsi in un luogo in cui persone, paesaggi e oggetti sono puri e incontaminati, dove ogni cosa appare com’è in realtà, senza veli che possano offuscarne la vera essenza. Proprio come scriveva il giornalista polacco Mariusz Wilk, “la realtà nel nord è più sottile che in ogni altro luogo, come un maglione logoro sui gomiti, e l’altro mondo rifulge attraverso di essa.”

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