Siamo nella propaggine settentrionale della Mongolia, al confine con la Repubblica di Tuva, una delle zone più proibitive e inospitali del pianeta secondo uno studio universitario americano. Nascosti nelle foreste dei monti Sayan, duecentotrenta “uomini renna” sopravvivono da secoli alle minacce più terribili pur di mantenere intatte le antiche radici. Il governo sovietico degli anni Trenta ha provato a stanarli, prima, inutilmente, con le armi, poi con l’illusione di un lavoro e di una vita sedentaria nel villaggio di Tsagaan nuur, costruito dal nulla proprio con questo obiettivo. Ma loro non si sono lasciati blandire e hanno continuato a seguire i sentieri invisibili degli antenati, a stretto contatto con un migliaio di renne, che forniscono loro tutto quello che è necessario per sopravvivere, dal latte alla carne, dalle pelli ai riferimenti spirituali (la renna è animale sacro). Per questo i mongoli, un po’ sdegnosamente, li chiamano Tsaatan, “uomini renna”, a sottolineare la loro “selvaticità”.

Qui la temperatura scende fino a sessanta sottozero e i lupi minacciano costantemente gli accampamenti, formati da una serie di tende coniche (urts), proprio come quelle degli Indiani d’America. Anche usi, costumi e tratti somatici rimandano ai nativi americani e agli Inuit, a testimoniare la grande migrazione avvenuta nell’antichità lungo il corridoio boreale. Gli Tsaatan sono di origine turco-altaica e parlano un dialetto che richiama vagamente la lingua turca. Sono molto legati ai riti sciamanici e, anche quando lo sciamano muore, continuano a chiedere riti presso le sue spoglie nascoste nella taiga.

Il vero rischio di estinzione per gli Tsaatan è cominciato dopo il 1990, quando la Repubblica di Tuva, divenuta autonoma, ha chiuso i confini e gli “uomini renna”, abituati a lunghe migrazioni con le mandrie, sono rimasti imprigionati nei territori mongoli: questa situazione ha portato a una vera e propria crisi spirituale, poiché venivano interrotti i loro sacri sentieri, ma anche a una gravissima minaccia sanitaria. La riduzione dei loro spostamenti ha costretto le renne a entrare in contatto con escrementi delle greggi e a subire la conseguente epidemia di brucellosi, che ha decimato gli animali e messo a rischio la vita degli stessi uomini.

Alcune spedizioni di antropologi e studiosi italiani, fra cui David Bellatalla e Dino De Toffol, hanno permesso a questa meravigliosa etnia di sopravvivere. Ma ora c’è un’altra minaccia davvero pericolosa: il turismo. Sono sempre di più i viaggiatori stranieri che inseriscono nel loro programma una “visitina” agli Tsaatan. Soprattutto le nuove generazioni di Uomini renna cominciano a mettere in discussione le proprie origini e le antichissime tradizioni. Con i dollari offerti dai turisti possono comprare vodka a volontà nei piccoli empori di Tsagaan nuur, con poca voglia di ritornare agli accampamenti sulle montagne. Una sfida anche alla commovente convinzione di Gombo, il “re” degli Tsaatan, la cui storia poetica e drammatica è raccontata nel libro Uomini renna (Federico Pistone, Edt). 

Dice di avere cinquantatré anni ma il viso graffiato dal gelo e gli occhi velati dalla congiuntivite gli consegnano un fiero aspetto di ottantenne. Quando smonta da cavallo, Gombo è un mezzo uomo che si trascina a compasso sulle gambe arcuate, come un soldatino staccato dal supporto equestre. Appena si rimette in sella, torna a essere un animale mitologico, perfetto… <<Il mio popolo>>, racconta Gombo, <<sa come affrontare il freddo e gli animali della foresta. Parla agli alberi e alle montagne, sa anche leggere e scrivere. Conosce il mondo senza aver mai abbandonato la taiga. I miei figli e i miei nipoti continueranno a studiare, così potranno scegliere il loro destino. Nessuno è obbligato a restare qui, per questo nessuno se ne andrà>>”.

estratto dalla guida

Polaris - Mongolia

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