Il deserto, in un tempo non tanto remoto, era popolato di gente in cammino perenne. Erano i Tuareg, i famosi uomini blu, appellativo dato dai primi viaggiatori europei, che avevano notato come, tolto il copricapo colorato d’indaco, il colore restava sulla pelle sudata, dando la sfumatura al viso e al collo.

Liberi per natura e per scelta, vivevano in tribù (kel) la cui divisione sociale era ben definita: la struttura era piramidale, con alla base gli schiavi neri, fatti prigionieri durante le razzie, e all’apice i fabbri, ritenuti forti tanto da avere il controllo del fuoco, i nobili (imohar) e l’amenokal o capo tribù. La società era in origine matriarcale ed erano le donne a possedere la tenda, a suonare lo strumento musicale (una specie di chitarra a una corda) e a conoscere la scrittura.

La cultura tuareg è ricca di poesia e di canzoni che con ritmo incalzante raccontano di amori lontani, della difficoltà e della bellezza del deserto, di imprese eroiche, di battaglie e di conquiste in un tempo in cui avevano il controllo delle carovane che dal centro dell’Africa trasportavano le mercanzie verso nord. Con la divisione geografica operata a tavolino dopo la Seconda Guerra Mondiale, le grandi potenze hanno limitato i traffici carovanieri con l’introduzione di passaporti e dazi doganali, segnando l’inizio della fine di questi commerci. Il trasporto con camion e automobili, riducendo i tempi e i costi, è stato un ulteriore motivo per accantonare le carovane di dromedari e, indirettamente, colpire i Tuareg. Questo popolo, infatti, era diventato il padrone del sale: dalle famose saline del Niger, migliaia di dromedari formavano le azalai, le carovane del sale, che in poco più di otto mesi portavano i pani di sale nei grandi mercati sahariani, scambiando la merce con viveri di prima sussistenza e oggetti per la vita quotidiana.

All’inizio del secolo precedente si creò una vera caccia all’uomo: l’intento era quello di cancellare letteralmente il popolo tuareg dalla faccia della terra. Fu allora che un uomo natio del Niger, Mano Dajak, chiuse la sua agenzia di viaggi per far conoscere all’Europa il dramma del suo popolo, urlando al genocidio che stava avvenendo soprattutto nel suo paese, che tra tutti quelli del nord Africa (Libia, Mauritania, Mali, Algeria) era quello che contava la più alta concentrazione di popolazione tuareg. Dajak fu assassinato, ma ebbe ugualmente la capacità di difendere il suo popolo: in Europa sorsero, infatti, associazione per i diritti dei Tuareg e la gente fu messa a conoscenza dei delitti che venivano consumati. La situazione migliorò solo in parte: con le nuove frontiere, la fine dei grandi commerci carovanieri e il nuovo periodo di siccità che perdura ancora oggi, i Tuareg per sopravvivere furono costretti a trasferirsi nelle città e diventare sedentari, abbandonando la loro primaria condizione di vita e di esistenza: il nomadismo. Alcuni iniziarono a lavorare come guide turistiche, altri furono assunti da società petrolifiche, altri ancora si ritirarono in una condizione misera al limite della sopravvivenza pur di continuare a vivere secondo la loro filosofia.

Oggi, soprattutto nel sud dell’Algeria, la maggior parte degli autisti e delle guide turistiche sono tuareg di cui, a fatica, si può ancora riconoscere il ceppo puro, dai lineamenti e dai tratti somatici: alti, longilinei, eleganti nel portamento, lineamenti fini e pelle chiara. Molto più diffusa è la razza mista, dovuta a matrimoni tra il popolo nobile e le classi negroidi che un tempo erano i loro schiavi. Nonostante tutto, si possono ancora riconoscere gli aspetti caratteriali che fanno dei Tuareg un popolo fiero e riservato. Il loro abbigliamento non è mutato col passare dei secoli: gli uomini indossano i serual, pantaloni con il cavallo basso, la gandura, un lungo camicione ricamato e aperto ai lati, lo schesch, il turbante (una garza di cotone che va dai 4 ai 12 metri, in origine solo bianca che veniva indossato sempre, anche durante i pasti, facendo passare il cibo sotto di esso) o il taguelmust, lo stesso copricapo ma indossato dalle classi più nobili e dal capo tribù, tinto con l’indaco, e infine i nail, i sandali di pelle colorata. Le donne, di rara bellezza e dai lineamenti dolci e fini, indossano abiti larghi e lunghi, ricoperti da una sorta di manto con lustrini che incornicia il viso e scende sui fianchi. Completano l’abbigliamento maschile anelli, collane e la cotuba, la lunga spada, e quello femminile ninnoli, braccialetti e collane di perline.

Bellissime sono le acconciature femminili a treccina e quelle dei bambini a “ciuffo”. Da popolo superstizioso qual è, i Tuareg credono che con il ciuffo di capelli il bambino sia facilmente agguantato in caso si presenti uno spirito malvagio (ginn). Al collo, fin da neonati, portano i loro gri gri: sacchetti di pelle o cuoio contenenti sure del Corano, erbe magiche o incantesimi, tutti simboli apotropaici.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci il tuo nome