Abbiamo selezionato questi estratti dalla nostra guida per te
perché possa provare il piacere di leggere i libri Polaris

01. A spasso per Phnom Penh 02. Le grandi risaie dell’Ovest 03. Tra templi brahmanici e alberi della gomma 04. La riscoperta di Angkor 05. Il Punto di incontro dei monti

Sono trascorsi moltissimi anni da quando misi piede per la prima volta in Cambogia. Mi vennero aperte le porte del Museo Nazionale perché facessi le fotografie di quegli stupendi idoli in arenaria. Mi condussero poi a Choeung Ek perché facessi altre foto dove ancora venivano scavate fosse da cui si estraevano ossa umane. Ho portato con me queste immagini. Sono tornato altre volte. Poi, nel 1986, ci sono ritornato con un primo gruppetto di viaggiatori italiani che ho condotto ad Angkor. Volo all’alba con un Antonov 24 e breve tragitto fino a Angkor Vat, dove potevamo fermarci solo fino al primo pomeriggio. Bisognava rientrare prima del crepuscolo perché la pista dell’aeroporto non era illuminata. Ci sono tornato molte altre volte con nuovi gruppi di viaggiatori e ogni volta il nostro spazio di visita delle rovine si allargava di qualche centinaio di metri.
Da tanti anni ormai vivo stabilmente in Cambogia e mi guadagno da vivere facendo la guida. Ho visto questo paese quando era da poco uscito dall’aberrazione del regime di Pol Pot. L’ho visto risollevarsi e crescere. Se penso a quali difficoltà ancora riservava la vita quotidiana quando decisi di trasferirmi, resto senza parole davanti ai progressi compiuti. Il turismo ha sicuramente favorito questa rapida trasformazione. Se scade, però, nella gretta arroganza di chi pretende che tutto gli sia dovuto perché ha i soldi per pagare, diventa un perverso strumento di distruzione di valori etici. Se praticato, invece, con saggio rispetto della cultura locale, è un formidabile agente di sviluppo.
Questo è il turismo di cui ha bisogno la Cambogia. Un turismo che non si arresti solo alle suggestive passeggiate in Angkor, ma percorra il paese nella sua interezza. Un turismo che vada alla ricerca dei cento tesori d’arte e delle mille meraviglie naturalistiche che la terra di Cambogia racchiude nel suo seno. La loro scoperta saprà meravigliare anche il più sperimentato fra i viaggiatori, che potrà apprezzare anche la dignitosa povertà di un paese gentile, dove la gente ama ancora sorridere e dove restano intatti gli ancestrali costumi di probità e tolleranza: un dolce scenario purtroppo colpevolmente ignorato da una pseudo letteratura rozza e male informata.

01. A spasso per Phnom Penh – 02. Le grandi risaie dell’Ovest 03. Tra templi brahmanici e alberi della gomma 04. La riscoperta di Angkor 05. Il Punto di incontro dei monti

01. A SPASSO PER PHNOM PENH

Su qualche pubblicazione turistica accade talora di leggere frasi del tipo “Phnom Penh non ha molto da offrire ai turisti e per questo la gente non si ferma”. È per tutti ovvio che Phnom Penh non offre la vita notturna di Bangkok, né lo shopping di Hong Kong e neppure l’arte imperiale di Pechino, ma molti viaggiatori, dopo una sola giornata passata a percorrere la città, già rimpiangono il fatto che il loro programma li obblighi a ripartire il mattino successivo. Phnom Penh possiede molte chiavi di lettura tali da soddisfare la curiosità e l’interesse anche del più esigente fra i viaggiatori. Ci sono, quindi, molti modi per visitarla e non banale è anche quello che inizia dai mercati cittadini. Mercato è sinonimo di shopping, e in questo Phnom Penh non fa eccezione, ma qui i mercati hanno assunto nell’organizzazione della vita urbana un’importanza che non si trova in altre città. I quartieri hanno nomi ufficiali, ma per far capire dove si vuole andare bisogna dire il nome del mercato più importante di quel quartiere. Come nelle campagne, dove rari sono i villaggi e il contadino vive generalmente isolato, ma ha il suo polo di aggregazione, il luogo di incontro, la sede degli scambi commerciali nei tanti mercati che sorgono sui bordi delle strade, altrettanto in città la dimensione sociale degli abitanti la si trova nei mercati e immediatamente intorno a essi. In un breve soggiorno, è solo percorrendo alcuni dei mercati cittadini che si riesce a scoprire il vero volto della città e dei suoi abitanti e questo percorso è anche una buona traccia per visitare i luoghi e i monumenti più importanti.

Phsar Thmey – Mercato Nuovo
Alla fine del largo e trafficato viale che congiunge l’aeroporto di Pochentong alla capitale, all’incrocio con il corso Monivong, si scorge sulla destra la gialla cupola del Mercato Nuovo, Phsar Thmey, che emerge da un mare di auto, furgoni, ciclo e moto-taxi: è il cuore della vita commerciale della città. Ultimato nel 1937, lo Phsar Thmey copre un’area di 6.380 metri quadri, dominati da una cupola in cemento e mattone di 45 metri di portata, da cui partono quattro gallerie disposte su una pianta cruciforme. Quando furono terminati i lavori, i giornali dell’epoca definirono questo maestoso esemplare di art-déco una “cattedrale in cemento armato”. Se vale ancora questo riferimento all’architettura religiosa, bisogna ammettere che solo i Khmer rossi riuscirono a “cacciare i mercanti dal tempio”. Ma i mercanti sono ritornati in massa e sotto queste volte è oggi possibile trovare ogni articolo per la casa, capi di abbigliamento, calzature e borse, il più recente hi-fi, libri e carte geografiche, orologi originali e patacche, souvenir e t-shirt, anelli e braccialetti in oro, piante ornamentali e fiori, pietre più o meno preziose, carni, verdure, spezie, frutta, pesci, paste e dolciumi, il tutto a profusione e a prezzi più che ragionevoli. Secondo la consuetudine orientale, infatti, i banchi sono raggruppati per settore merceologico e la vicinanza degli uni agli altri ha l’effetto di mantenere i prezzi a un valore reale e dissuade il venditore dal chiedere somme irragionevoli all’eventuale turista di passaggio. Il grande mercato coperto è, però, solo il fulcro di una intensa attività commerciale che si svolge nella piazza e nelle vie vicine.
Il perimetro della piazza è tracciato da case a due piani con ampi portici sotto i quali si apre una serie di negozi che vendono dai computer alle pompe idrovore, dai gioielli ai frigoriferi. Dalle sei del mattino alle cinque del pomeriggio, nella piazza è un brulicare di gente che viene qui da tutti i quartieri, e spesso anche da fuori città, perché solo a Phsar Thmey è possibile trovare ogni cosa e tutte le cose di migliore qualità. Da qui si può poi partire verso gli altri mercati che tracciano la via da seguire per visitare i luoghi più importanti della città.

01. A spasso per Phnom Penh – 02. Le grandi risaie dell’Ovest – 03. Tra templi brahmanici e alberi della gomma 04. La riscoperta di Angkor 05. Il Punto di incontro dei monti

02. LE GRANDI RISAIE DELL’OVEST

Una strada lunga 407 chilometri congiunge Phnom Penh con Poipet, la cittadina posta al valico di frontiera con la Thailandia. Non è sicuramente la via più agevole per entrare e uscire dal paese, ma è certamente il percorso ideale per chi, oltre a templi, musei, spiagge e hotel, vuole conoscere anche la vita quotidiana della gente di Cambogia. La strada nazionale numero 5 lascia Phnom Penh in direzione ovest e dopo 45 chilometri giunge al bivio per Oudong. Subito dopo si entra nella piccola provincia di Kompong Chhnang, a cui le acque del Tonle Sap portano sostentamento e prosperità. Le vaste pianure beneficiano delle regolari piene annuali del fiume e sono coperte da distese di risaie, interrotte solo dagli slanciati steli del thnot, la palma da zucchero.
Lungo i 95 chilometri che portano al capoluogo di provincia, si incontrano innumerevoli stradine sterrate che finiscono in piccoli agglomerati di case di contadini o nel cortile di sconosciute pagode di campagna: è l’occasione migliore per penetrare in un mondo rurale distante molti secoli, e non solo qualche decina di chilometri, dalla vita forzosamente occidentalizzata della capitale. Un’atmosfera non dissimile la si incontra nelle vie fiancheggiate da vecchi stabili di Kompong Chhnang, la cittadina il cui nome significa letteralmente “imbarcadero delle marmitte”. Non è difficile capire le ragioni di questo appellativo vedendo i numerosi carri tirati da buoi sui quali, fra montagne di paglia, sono appese le marmitte e i bracieri in terra cotta che gli artigiani vanno a vendere in tutti i mercati e in tutte le strade del paese. È un’attività molto antica e alla quale sono addette principalmente le donne, che sotto la casa impastano l’argilla tratta dalle vicine colline. Una vecchia latta può essere sufficiente per dare forma all’impasto, messo poi a cuocere dentro un mucchio di paglia di riso. È una tecnica rudimentale, quasi primitiva ma, quando l’artigiana si concede qualche piccola divagazione dalle consuete forme, è facile che ne venga fuori qualche manufatto assai originale.

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03. TRA TEMPLI BRAHMANICI E ALBERI DELLA GOMMA

La vasta provincia che si estende dalla riva destra del Tonle Sap fino ai confini con il Viet Nam ed è solcata al suo centro dal Mekong è una delle regioni più popolate del paese. Il grande fiume rende fertili i campi, e la sola vista della campagna che si attraversa rende quasi palpabile la prosperità dell’agricoltura, una ricchezza che viene dai tempi più antichi. Celati dietro le risaie o nascosti fra le macchie di vegetazione, i siti archeologici e i resti di monumenti risalenti al periodo pre-angkoriano non sono pochi, ma molti rivestono un interesse oggettivo solo per appassionati dell’archeologia o per profondi conoscitori dell’arte khmer. Una curiosità per tutti è, invece, quella che offrono le due colline di origine vulcanica che si incontrano prima di giungere a Kompong Cham. Il loro nome in khmer è Phnom Pros e Phnom Srai, che letteralmente si traduce in “collina degli Uomini” e “collina delle Donne”. Sulle pendici del Phnom Pros venne costruito un tempio pre-angkoriano di cui ora non resta che qualche misero resto, e l’interesse per il luogo nasce dalla leggenda popolare che spiega l’origine delle due colline. Leggenda ben nota a tutti gli abitanti di questa provincia e che, anche in questo caso, è divertente farsi raccontare sul luogo da chi può anche mimare la successione degli eventi e il modo in cui in una sola notte, con femminea astuzia, le donne riuscirono a erigere una collina più alta di quella degli uomini e così, da quel momento, li obbligarono a inginocchiarsi davanti a loro quando presentavano una proposta di matrimonio.
[…] Il luogo di maggior interesse culturale e artistico di Kompong Cham è il Vat Nokor, a un chilometro dal centro. Agli inizi del XIII secolo, qui fu eretto un grande santuario buddhista della dottrina del Mahayana, che nel corso del XV secolo venne riconvertito al culto del Theraveda, praticato ancora ai nostri giorni nei vat sorti all’interno del recinto sacro. […] Il grande fascino di Vat Nokor risiede nel perfetto amalgama fra questo antico luogo sacro e le più recenti strutture, nelle quali si celebra il rito ai giorni nostri. È una chiara dimostrazione di come valga il principio secondo il quale un luogo reso sacro dagli antenati, anche se vi veniva praticato un rito oggi andato in disuso, conserva tutta la sua sacralità; è, quindi, giusto costruirvi nuovi luoghi santi, senza però minimamente deteriorare, intaccare o dissimulare le sacre strutture erette dagli antichi. In Cambogia questa è una pratica corrente e il viaggiatore potrà constatarlo ovunque.
[…] Le terre a est del Mekong erano ricoperte da una foresta densa fino a quando, agli inizi del secolo scorso, i coloni francesi vi fecero giungere mano d’opera, raccolta spesso con la forza nei villaggi delle montagne e nelle zone più miserabili del delta del Mekong, per aprire delle strade, disboscare il terreno, bonificare le paludi e impiantarvi i primi alberi della gomma, così che in pochi anni queste zone si coprirono di redditizie piantagioni, che raggiunsero il massimo sviluppo negli anni Sessanta. I 23 anni di guerra hanno provocato gravissimi danni anche in questo settore, che solo ora inizia a riprendersi con l’obiettivo di tornare ai parametri del 1970, quando le “Plantations réunies de Mimot” avevano il più alto rendimento mondiale: 2,5 tonnellate di caucciù secco per ettaro.
Dopo aver passeggiato sulla fitta coltre di foglie che copre il terreno sotto gli alti fusti segnati dalle biancastre incisioni da cui cola il prezioso lattice, il viaggiatore può ancora concedersi un’escursione in uno dei siti più importanti della Cambogia pre-angkoriana. Dal povero mercato del villaggio di Khnar parte una pista che conduce a Banteay Prey Nokor, quella che fu la prima capitale abitata da Jayavarman II prima di insediarsi sulle rive del Grande lago. La pianura è solcata da un fossato largo un centinaio di metri, dove i contadini pescano immersi fino alla vita nell’acqua melmosa. […] Dietro, protetta da un terrapieno, si nasconde, una macchia verde al cui interno si celano i resti di due antichi complessi sacri, intorno ai quali sono successivamente sorte le strutture di un monastero buddhista. Sul terrazzamento della pagoda si trovano i due prasat di Preah Theat Thom, entrambi costruiti in mattone e con riquadri dei portali in arenaria. Il crollo della volta e un albero nato davanti all’ingresso non consentono l’accesso alla torre-santuario del lato Sud, che probabilmente risale al regno di Bhavavarman nel VI secolo. A circa 250 metri sorgeva un altro gruppo di tre prasat, di cui uno solo è sfuggito alle rovine del tempo e ai furti dell’uomo, a testimoniare una raffinata tecnica architettonica, resa elegante dal tetto a piani sovrapposti, dalle decorazioni a false colonne e dai kudu. In questo luogo non è stata ritrovata alcuna iscrizione, ma tutto lascia supporre che questa fosse la città di Indrapura, capitale del principato del nobile Puskaraksha e in cui nel 798 salì al trono il suo discendente Jayavarman II.

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04. LA RISCOPERTA DI ANGKOR

Dopo che nel 1432 Angkor era stata abbandonata dalla corte reale, a partire dalla seconda metà del XVI secolo furono numerosi i viaggiatori occidentali, missionari cattolici soprattutto, che visitarono questi edifici sepolti sotto la coltre della vegetazione e ne lasciarono anche dei resoconti scritti. Tutti, però, si rifiutavano di credere che quei grandiosi monumenti fossero opera dei progenitori del popolo cambogiano, che ai loro occhi appariva miserabile e ancora quasi selvaggio, e si lasciarono andare a possibili ipotesi intorno a mitici costruttori venuti da lontane terre.
Occorre attendere fino al 1860, quando giunse Henri Mouhot, figlio dell’illuminismo e della scienza positivista, che non si lasciò tentare da fantasiose supposizioni e scrisse: “oro e colori sono quasi completamente scomparsi, è vero, non restano che delle pietre: ma con quale eloquenza parlano queste pietre! Quanto alto esse proclamano il genio, la forza e la pazienza, il talento, la ricchezza e la potenza dei “kmerdom’’, i Cambogiani del passato”. Poi, prorompe con romantico slancio: “Chi mai potrà dirci il nome di questo Michelangelo dell’Oriente che ha saputo concepire una tale opera, ne ha messo insieme tutte le parti con mirabile arte, ne ha sorvegliato l’esecuzione, ha saputo armonizzare l’infinità e la varietà delle decorazioni con la grandiosità dell’insieme e, non contento ancora, sembra aver cercato ovunque delle difficoltà per provare il piacere di superarle e confondere la capacità di intendere delle generazioni future? Con quale forza meccanica ha potuto lui sollevare questa prodigiosa quantità di enormi blocchi di pietra sino ai punti più alti, dopo averli scavati in lontane montagne ed averli levigati e scolpiti?” Proclamata la sua ammirazione, lasciò che la risposta ai suoi interrogativi venisse data da archeologi e storici ai quali lasciava le sue descrizioni, le sue mappe, i suoi disegni.
Henri Mouhot morì nel 1861 nel Nord del Laos e due anni più tardi la rivista Le tour du Monde pubblicò a puntate il suo diario e i disegni dei templi che gli erano apparsi nel folto della foresta cambogiana. Quando comparvero le pagine di Mouhot l’opinione pubblica era molto attenta alle vicende di quell’angolo di mondo: la Francia aveva appena iniziato la sua avventura coloniale in Indocina. Alcuni studiosi si recarono in Angkor, ma ne trassero sconcertanti impressioni perché non era per loro facile collocare quei grandiosi templi nei tradizionali schemi di storia dell’arte. Nel 1898 venne costituita una Mission archéologique d’Indochine, il cui lavoro era però reso difficile dal fatto che la provincia di Siem Reap era ancora sotto la dominazione del regno del Siam. Solo nel 1907 il territorio fu restituito alla Cambogia e gli archeologi della École Française d’Extrême-Orient poterono finalmente interrogare quelle pietre.
In quegli stessi anni lo studioso francese Paul Pelliot aveva tradotto le Memorie sui costumi di Cambogia di Ceu Takuan del 1296. Gli antichi annali reali di Angkor erano stati scritti su foglie di palma e su pelli di animale, e il tempo e gli incendi li avevano distrutti, ma la pietra si era conservata e su di essa gli epigrafisti decifrarono i racconti che gli antichi imperatori vi avevano inciso. Gli archeologi riportarono alla luce i bassorilievi e gli storici li interpretarono. Gli annali delle dinastie imperiali cinesi furono tradotti e portarono nuove informazioni. La fotografia aerea giunse in aiuto e fece individuare nuovi siti archeologici.
Nel 1956 fu ritrovato negli Archivi Nazionali di Lisbona un manoscritto del 1614, in cui il geografo e storico Diego da Couto aveva raccolto, confrontato e sottoposto a critica le testimonianze di coloro che avevano visitato Angkor alla fine del XVI secolo, quando per un breve periodo i sovrani cambogiani avevano fatto rivivere la città e l’avevano restituita allo splendore del passato. Queste descrizioni confermarono le ipotesi fatte dai ricercatori. Tutti i tasselli furono pazientemente messi insieme e alla fine gli studiosi raggiunsero delle ragionevoli certezze su tutta la storia di Angkor e del suo vasto impero.
La ricerca storica ha dato un nome a ognuno degli antichi re costruttori di templi e ha tracciato le cronologie. Ha svelato i segreti delle tecniche usate. Ha spiegato la funzione e la destinazione di ogni edificio. Ha individuato le basi economiche della potenza di quell’antico impero e ne ha delimitato i confini. Ha fornito a tutti una agevole chiave di lettura per la visita di questo immenso parco archeologico.

01. A spasso per Phnom Penh 02. Le grandi risaie dell’Ovest 03. Tra templi brahmanici e alberi della gomma 04. La riscoperta di Angkor – 05. Il Punto di incontro dei monti

05. IL PUNTO DI INCONTRO DEI MONTI

La strada che si dirige da Kompong Cham verso l’Oriente attraversa terre bonificate e strappate alla foresta tropicale solo agli inizi del secolo scorso, quando qui vennero create estese piantagioni di alberi della gomma. Quando la strada raggiunge Kraek, la frontiera vietnamita è ormai visibile. Subito dopo iniziano le grandi distese di hevea (albero della gomma) di Mimot e di Snuol, da dove parte la strada nazionale 76, meglio nota ai locali come la “Pista della foresta”. Il fondo è in rossa laterite e con ampi tornanti si inerpica sulle pendici montagnose coperte dalla densa foresta tropicale. Alcuni passaggi devono essere compiuti con cautela, soprattutto nel periodo delle piogge, ma non si impiegano generalmente più di quattro ore per percorrere i 122 chilometri che salgono ai 900 metri di altitudine dell’altopiano dove è posta Sen Monorom, il capoluogo della provincia di Mondolkiri, il “Punto di incontro dei monti”.
È la regione più scarsamente popolata della Cambogia, dove poco più di 36.000 persone vivono sparse su 14.290 chilometri quadrati di superficie, con una densità media di 2,5 unità per chilometro quadro. La maggiore concentrazione umana la si ha nel capoluogo, che con i suoi 6/7000 abitanti appare comunque come un rustico borgo di montanari, che ormai da più di due anni non ha più neppure un regolare collegamento aereo con il resto del paese. Sen Monorom è, l’unica via di accesso per il viaggiatore che desideri inoltrarsi fra questi immensi spazi, che ancora conservano la memoria dei più avventurosi viaggi di esplorazione compiuti in Cambogia tra la seconda metà dell’Ottocento e i primi decenni del secolo scorso. Una distesa senza fine di foresta si innalza progressivamente verso est. Oltre i 400 metri di altitudine la foresta lascia spazio a pianori coperti di savana, che salgono fino a 900 metri e culminano con la vetta del Nam Lea a 1.108 metri. Fino a oggi non è stato possibile compiere alcun rilevamento sistematico, ma è indubbio che su queste pendici selvose vivano ancora degli esemplari di tigri, pantere, cervi, bufali ed elefanti selvatici, ultime testimonianze della ricca fauna che nei secoli antichi popolava tutto il paese. Questa è la terra dei Khmer leu, i “Khmer che stanno in alto” e che appartengono in larga parte all’etnia Mnong, ma che qui sono chiamati Phnong. Raggiungere i loro impervi abitati non è agevole; poche sono le piste che si inoltrano nella foresta e parte del tragitto occorre spesso percorrerlo a piedi. Una facile occasione per incontrarli viene data dal mercato di Sen Monorom, dove alcuni di loro vanno a barattare o vendere i loro poveri manufatti, trasportati nelle caratteristiche gerle appese alle spalle. Gli antichi costumi, l’abbigliamento, le lance, le cerbottane e le balestre che avevano impressionato i primi viaggiatori occidentali sono ormai un lontano ricordo e non compaiono più nelle vie di Sen Monorom, ma una buona occasione per penetrare in questo mondo antico e ritrovare le consuetudini ancestrali di questi popoli montanari può essere offerta dalle escursioni a dorso di elefante che partono da alcuni villaggi vicini al capoluogo. In questo modo si possono raggiungere anche alcuni insediamenti di Stieng, gli irriducibili guerrieri resi famosi dalle pagine di Henri Mouhot.
Inoltre, a 35 chilometri a est di Sen Monorom, si può raggiungere il doppio salto di cascate di Bu Sra, che in un quadro ambientale intatto e incontaminato offrono al viaggiatore uno dei più selvaggi e spettacolari scenari naturali che la Cambogia possa offrire.

Il viaggiatore autentico è sempre un vagabondo,
con le gioie, le tentazioni ed il senso di avventura del vagabondo.
O viaggiare è un vagabondare, o non è affatto viaggiare.
L’essenza del viaggiatore consiste nel non avere doveri, non avere né ore fisse,
né posta, né vicini curiosi, né brighe di ricevimenti, né destinazione.
Buon viaggiatore è chi non sa dove andrà;
perfetto viaggiatore chi non sa donde venga.
– Lin Yü-T’aang –

Parti per la Cambogia in compagnia dell’autore della guida, Claudio Bussolino.

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