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01. Amtoudi, il villaggio degli agadir02. Lo ksar di Tamnougalt 03. Verso l’estremo sud 04. Fes: l’orgoglio della prima capitale 05. Chefchaouen, la perla blu

Descrivere le sensazioni e le emozioni di un viaggio nel sud del Marocco è come spiegare il profumo di una spezia, di un aroma o un odore. È quasi impossibile.
Si viaggia in silenzio, si osservano le vaste distese di pietra e di sabbie, le colline morbide e le forme aspre delle montagne. A parte i rari villaggi schiacciati dal caldo e la realtà concreta dell’asfalto, il pensiero che qui non ci sia nessuno e non ci sia mai stato nessuno è quasi insopportabile. Dopo tanti chilometri, l’occhio addestrato distingue sullo sfondo marrone della montagna la sagoma delle tende dei nomadi. Si vede qualche figura di donna o bambino che aggiunge un grado ulteriore di mistero sulle possibilità di sopravvivenza in questi posti.
Su molte rocce ci sono incisioni rupestri, con il consueto bestiario di animali selvaggi e domestici. E allora, attraversando quello che rimane di un’antica foresta di acacie, s’immaginano giraffe che se ne nutrono, gazzelle che scappano e leonesse in agguato. La scena si anima, il deserto è vivo e abitato; la notte tutte queste figure immobilizzate nella pietra riprendono a vivere come nel giorno in cui sono state disegnate, cacciano, scappano, muoiono. Prima dell’alba tutte riprendono il proprio posto, ma qualcuna non ce la fa e sparisce per sempre.
Il sud è un mondo rurale, di coltivatori di minuscole parcelle sotto l’ombra delle palme, di nomadi sedentarizzati e di donne dalle ampie gonne colorate che ancheggiano trasportando sul capo carichi pesantissimi. In ogni villaggio c’era un edificio sacro quanto un luogo di culto, l’agadir ovvero la banca, il forziere dei tesori della comunità. Piste polverose percorse un tempo dalle carovane sono oggi le nostre strade, che ci portano negli stessi caravanserragli, presso gli stessi pozzi e accanto a disegni antichi incisi sulle rocce. Il passato qui è presente nei gesti, nei ritmi e nel pane cotto nel forno di casa.
All’estremo opposto, il nord ci appare come una regione fertile, verde, irrorata dalle piogge invernali e riscaldata dal bel sole anche d’inverno. Tutto sembra più facile: vivere, costruire, viaggiare, comunicare. E per questa facilità il nord, bagnato dal Mediterraneo e dall’Atlantico, ha conosciuto tutte le civiltà del mare nostrum, primi di tutti i Fenici, che hanno portato frammenti di Oriente nelle terre marocchine. E dopo Roma, i Vandali e Bisanzio, gli Arabi hanno dato un’impronta inconfondibile alle grandi città come le vediamo oggi: Fes, Meknes, Rabat.
Ma che ne è di Tangeri l’internazionale, di Tetouan spagnoleggiante, di Chefchaouen città proibita, di Larache dalla piazza ovale, di Asilah la portoghese, di Salé la città dei corsari? Centri minori, certo, ma non meno interessanti, sono solo sconosciuti, ignorati perfino dai grandi flussi turistici e perciò meritano di essere scoperti. È un Marocco insospettato, dove dolci colline coltivate a vigneti circondano Fes e Meknes, dove sono gli uomini a tessere i caldi djillaba e gli scialli per le donne come a Chefchaouen, dove nella Tangeri metropolitana come nel Rif le donne portano curiosi cappelli di paglia impreziositi da quattro pompon di lana.
Le storie da raccontare sono tante, come quella della principessa Saïda, vera regina di Tetouan o del temerario Charles de Foucauld che entrò nella città proibita di Chefchaouen travestito da ebreo o del Barbarossa, un temibile corsaro di Salé. Ve le posso raccontare, queste e molte altre, basta incontrarci in Marocco!

la gente del Marocco attraverso la loro cultura, il loro stile di vita e la loro genuinità

01. Amtoudi, il villaggio degli agadir – 02. Lo ksar di Tamnougalt 03. Verso l’estremo sud 04. Fes: l’orgoglio della prima capitale 05. Chefchaouen, la perla blu

01. AMTOUDI, IL VILLAGGIO DEGLI AGADIR

Lungo la strada che da Goulimine conduce a Tata, si dovrebbe proprio percorrere una deviazione per la bellezza delle montagne, che mostrano forme inconsuete di strati geologici con cerchi concentrici e ondulazioni senza fine, ma soprattutto per la sorprendente realtà che vi accoglie alla fine della pista: l’oasi e i due granai fortificati (agadir) della tribù Id Aissa, che abita questa regione. Il primo agadir non è visibile finché non si arriva ai piedi dello sperone roccioso che lo sostiene. Imprendibile, costruito in pietra a secco, sembra un prolungamento della montagna, e solo a poco a poco si mettono a fuoco le mura, le torri merlate e le costruzioni. Trenta-quaranta minuti di salita non faticosa, accompagnati dal guardiano, vi faranno scoprire uno straordinario esempio di “architettura senza architetti”. In queste costruzioni è materializzato il sapere degli esperti artigiani che hanno tagliato le pietre e poi assemblate in maniera perfetta senza calcoli preventivi, ma solo contando sulla propria esperienza.
Dopo la cerimonia dell’apertura della porta, durante la quale il guardiano mostra compiaciuto l’ingegnoso meccanismo della serratura in legno, ci si trova nel buio più totale di un corridoio, le cui volta e pareti sono formate dalle celle che custodivano i beni. Solo pochi metri e si riacquista la luce nello spiazzo con la cisterna di acqua piovana, preziosa riserva in caso di assedio. Lo spiazzo è cinto da mura con due torri merlate, dove stavano le vedette armate. Da qui la vista spazia su tutta la valle. Alcune porte aperte lasciano intravedere la struttura interna delle celle: il deposito per i cereali, gli orci per l’olio, resti di contenitori in paglia, vasi di ceramica.
Un’altra preziosità di questo luogo sono le incisioni rupestri, che qui rappresentano due episodi differenti della storia del luogo: il più antico presenta immagini di bovini, il più recente ha figure di uomini a cavallo armati di lancia e scudo, contorni di sandali, cani e gazzelle disegnati sulle lastre più alte. Non ci poteva essere miglior esempio di continuità attraverso i millenni: i pastori, i cavalieri e infine la tribù attuale hanno fatto la stessa scelta rispetto al luogo: punto di avvistamento, difesa e accesso all’acqua. Infatti, una volta scesi a valle, si può fare una bellissima passeggiata di un’ora attraverso orti e giardini, vero ritaglio di Eden, fino alle sorgenti del fiume. È l’acqua, disponibile tutto l’anno, la ragion d’essere di questa continuità dalla Preistoria a oggi.
Percorrendo il sentiero che porta alla sorgente, si può osservare il secondo monumentale agadir del villaggio, ancora più impressionante del primo. Si chiama Aguellouy ed è costruito, come l’altro, tutto in pietra a secco, avvolgendo con un andamento a chiocciola lo sperone roccioso su cui è edificato. Anche qui bisogna chiedere di farsi accompagnare da un guardiano, che vi farà entrare nel ventre dell’agadir piegati in avanti, tanto il soffitto è basso. Salendo, incontrerete la roccia che sostiene la costruzione, le celle, gli oggetti e uscirete nella parte più alta da dove si domina l’intera valle.

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02. LO KSAR DI TAMNOUGALT

Signori di regni in movimento, i nomadi, gente della tenda, hanno sempre avuto una concezione spregiativa della gente del villaggio, attaccata alla terra e asservita ad essa. Ne pretendevano una parte del raccolto in cambio di non belligeranza, incutevano il timore con la minaccia di rompere il patto. La gente del villaggio li ripagava con lo stesso disprezzo, considerandoli inferiori perché non coltivando il grano non conoscevano il pane e si nutrivano solo di latte di cammella e di carne. Dallo scontro di questi due mondi, in realtà complementari, è nata l’architettura delle oasi, fortezze e granai insieme, castelli di terra del signore-contadino. Architettura senza architetti, frutto del sapere collettivo, le case-fortezza e i villaggi cinti di mura merlate delle valli del Draa, del Dadès e dello Ziz rivelano la cultura, le paure e i bisogni del microcosmo che li ha costruiti, la potenza dei grandi caid, la tenacia di resistere ad una natura durissima.
Tamnougalt è il capoluogo storico dell’oasi di Mezguita e il villaggio si trova al di là del fiume nella prima zona di terre coltivabili della valle. È dominata dal possente Jebel Kissane. L’oasi era controllata una volta da potenti caid locali, che avevano saputo mantenere l’indipendenza dello ksar dai nomadi. Sulla collina immediatamente al di là del Draa sorge una kasba imponente: apparteneva alla grande famiglia caidale degli Ait Lhassen el Mezguiti, che controllò l’oasi dal XIX secolo fino a circa il 1930, quando la zona passò sotto dominazione francese. La grande kasba è molto degradata all’interno, ma la sua visita permette di capire la struttura di un grande palazzo che potremmo definire nobiliare. Agli appassionati di cinema può interessare sapere che Bertolucci girò all’interno della kasba alcune scene del film Il tè nel deserto. Il villaggio ai piedi della kasba è eccezionale: riflette il microcosmo sociale e culturale che lo abitava fino a qualche anno fa. In passato fu anche un grande centro religioso: c’è ancora la moschea con annessa la scuola coranica, che attirava studiosi da molto lontano. Il moussem che si tiene ancora ogni anno mantiene viva la tradizione religiosa. Ora ci sono solo poche famiglie, ma l’abbandono è recente e quasi tutte le strutture urbane sono intatte. Un programma di salvaguardia ha già interessato una parte delle abitazioni.
Per visitare il labirintico villaggio, rivolgetevi alle guide che si trovano presso l’ingresso dell’Auberge Chez Yacoub, che occupa una parte degli antichi locali, ora restaurati. La visita comprende principalmente la moschea e le strutture attinenti: la stanza per le abluzioni con il pozzo e il grande palazzo della famiglia caidale dalla facciata imponente e austera. All’interno la corte con l’ain (l’apertura verso il cielo) è decorata con legno dipinto e stucchi. Una scala un po’ perigliosa (portatevi una pila) accede al tetto da cui si ha una vista stupenda sulla valle. Una passeggiata fra le stradine dello ksar può concludere al meglio la visita. A Tamnougalt abitava una comunità stratificata secondo la gerarchia sociale tipica dell’oasi: harratin, chorfa, m’rabitine e imazighren. Era insediata anche una comunità ebraica, il cui cimitero si trova sulla collina presso la grande kasba.

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03. VERSO L’ESTREMO SUD

Fino alla metà degli anni Ottanta il visitatore straniero non poteva recarsi nel Sahara occidentale, questo immenso territorio che si estende da Goulimine fino alla frontiera mauritana. “Terra incognita” per lungo tempo, essa è rimasta tale anche dopo la fine del divieto di circolazione in queste regioni. Eppure l’accesso è facile: una buona strada asfaltata scende fino al confine, alberghi e ristoranti si sono moltiplicati in ogni centro urbano, le infrastrutture sono state potenziate un po’ dappertutto, come telefoni, banche e aeroporti. Ma il Sahara occidentale non è considerato una meta in sé, semmai lo è come ponte verso il Sahara delle sabbie mauritane. Terra di transito, quindi, verso altre destinazioni.
Che cosa manca al Sahara marocchino per entrare nell’immaginario occidentale dove i deserti hanno un così grande posto? Non manca niente, semplicemente non è conosciuto. Chi conosce Smara, la città dell’utopia fondata alla fine del XIX secolo, o la laguna di Dakhla dove svernano le orche, o la laguna di Khnifis, splendida oasi marina che penetra fin dentro la terraferma? Chi sa dove Saint-Exupéry ha tratto ispirazione per scrivere il suo Piccolo Principe? La costa è piena di navi arenate, portate a riva dalle terribili correnti e tempeste atlantiche, la nebbia invade le falesie e le dune costiere come nella celebre “Skeleton Coast”, le tempeste di sabbia spostano dune e bloccano strade. È vero, la fascinazione ha bisogno di ben altro. Ma il Sahara occidentale è il posto dove la sua storia plurimillenaria è più che mai un velo sottile che cela un grande spessore, dove più che mai una piccola, rara scheggia di selce lavorata ci parla di un lontano passato di uomini, dove in mezzo a spazi infiniti e a un desolato nulla, un nomade vi dirà “benvenuto fra noi”.

01. Amtoudi, il villaggio degli agadir02. Lo ksar di Tamnougalt 03. Verso l’estremo sud – 04. Fes: l’orgoglio della prima capitale – 05. Chefchaouen, la perla blu

04. FES: L’ORGOGLIO DELLA PRIMA CAPITALE

Fes è unica. Medina immensa, origini illustri, depositaria della più raffinata eredità arabo-andalusa di Spagna, culla di intellettuali un po’ snob, tesori artistici incomparabili: questi ed altri mille e mille aspetti storici e artistici ne fanno una città che meritatamente figura nella lista del Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco. Patrimonio di tutti, quindi, tesoro da scoprire con calma, lasciandosi trasportare dalla marea umana che percorre le sue strette viuzze, o rifugiandosi in un giardino silenzioso, o ammirando il panorama dall’alto delle sue colline, da dove la città appare una massa compatta di edifici, da cui sale appena un brusio. Un quadro. Ma appena si scende, subito si resta travolti dagli odori, dai colori, dal brulicare che anima questo labirinto di pietra.
Una delle piazze più belle e famose della medina è la place es Seffarin, dove si lavorano il rame e l’ottone, dove i colpi ritmati dei cesellatori risuonano senza sosta e il via vai di carretti e asini è costante. Proprio in questa piazzetta si trova l’ingresso severo di una delle più antiche biblioteche del mondo arabo, la biblioteca della moschea Qaraouyin. Oltrepassato il portone ligneo, domina il silenzio, rispettoso e dovuto a un luogo quasi sacro che contiene migliaia di testi antichi. Fra i più rari risalta un’edizione del Corano del IX secolo su pelle di cammello, scritti originali di Averroè e alcuni testi di Ibn Khadoun, un vangelo di Matteo tradotto in arabo risalente al XII secolo. Tutti questi tesori erano minacciati dall’umidità e dalle cattive condizioni di conservazione e la struttura stessa soffriva di problemi strutturali. Il restauro ha consentito di adottare tutte le tecnologie di punta per la conservazione dei manoscritti: un nuovo sistema di ventilazione, un laboratorio di restauro e digitalizzazione dei manoscritti più antichi e rari, la regolazione automatica dell’umidità, una cassaforte speciale a apertura numerica per quelli preziosi.
Dalla stessa piazza inizia una stradina che porta al quartiere dei conciatori, presso l’oued Fes, che fornisce l’acqua necessaria al trattamento delle pelli. È di gran lunga il luogo più spettacolare della città: tutte le stradine che vi accedono sono percorse da asini stracarichi di pelli conciate e da conciare, che diffondono dappertutto un odore particolare e inconfondibile. La vostra guida avrà cura di darvi un rametto di menta da mettere sotto il naso e di accompagnarvi in cima ad una terrazza, dove la vista spazia sui bacini circolari della concia, in cui gli uomini devono immergersi fino alle ginocchia e affondare le braccia fino ai gomiti.

  • Moschea Bab Guissa

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05. CHEFCHAOUEN, LA PERLA BLU

I marocchini la chiamano semplicemente Chaouen, mentre il nome Chefchaouen, che in berbero significa “i due corni”, deriva dalle due montagne che la sovrastano.
Chefchaouen, grosso villaggio rannicchiato su un fianco del monte Tissouka, è stata per molti secoli una città santa, dove i cristiani, a differenza degli ebrei, non potevano entrare. Fra i rari visitatori cristiani che prima del Protettorato vi misero piede, ci fu Charles de Foucauld nel corso della sua ricognizione in Marocco nel 1882. Colpito dalla bellezza del luogo per l’abbondanza di acqua, per i tetti ricoperti di tegole verdi e per gli orti copiosi, affermò che la città era famosa per la sua intolleranza.
I quartieri moderni si sono sviluppati accanto al nucleo storico, conservatosi sostanzialmente intatto. La medina, circondata da mura in cui si aprono sei porte, occupa la parte più elevata ai piedi del monte Tissouka, mentre la città nuova, cresciuta al tempo del Protettorato spagnolo, si trova più in basso. I moriscos dall’Andalusia hanno portato con sé non solo la cultura arabo-andalusa, ma anche la tradizione di dipingere la parte inferiore delle case di calce bianchissima e le porte di azzurro. In realtà, sembra che questa tradizione sia stata introdotta dagli Ebrei intorno agli anni Trenta.
Visitare la medina di Chefchaouen è facile, anche se è altrettanto facile perdersi fra le sue tortuose viuzze. Tutte le strade convergono verso place Uta Hammam, che dà accesso ai principali edifici che potevano servire al mercante e al forestiero: la moschea, i bagni, il foundouk o caravanserraglio. Oggi la piazza è sempre molto animata, con negozietti, caffè e ristoranti e la mole imponente della kasba e della grande moschea. Quest’ultima fu costruita nel XV secolo, più volte rimaneggiata, e presenta, rarità in Marocco, un minareto ottagonale e databile ad un’epoca posteriore (XVII secolo). La kasba risale anch’essa alla fondazione della città, all’interno si trovano giardini andalusi e un piccolo museo. La kasba è circondata da una cinta di spesse mura in terra pressata, rafforzata da dieci bastioni e da un’undicesima torre di epoca successiva, costruita con blocchi di pietra, all’interno della quale si trovano tre piani composti da un’unica sala.
Continuando lungo la stradina che separa la moschea dalla kasba e contigua a questa, si trova un edificio dalla porta monumentale: la zaouya Raissounia (non si può visitare), probabilmente la prima zaouya della città, fondata secondo la tradizione da Saïda El-Horra, che qui sarebbe sepolta.
Dalla zaouya la stradina proprio di fronte scende nel quartiere più antico della medina, il quartiere Souika, letteralmente “il piccolo souk”, che, come dice la parola, era in origine il quartiere dove si vendevano tessuti di lana e lino, i primi la specialità della regione. Il quartiere era circondato da mura, oggi scomparse, ma due porte si sono conservate e si trovano all’uscita del quartiere. Tutte le case sono dipinte di bianco con le porte di azzurro, e la luce riflessa da questi due colori crea uno strano effetto-acquario. Dalla stradina principale partono dei vicoli ciechi riconoscibili dal fatto che anche il suolo è dipinto di bianco.
Se volete godervi il tramonto su tutta la città e la valle sottostante, da Ras el Ma superate il ponte sul fiume e prendete il sentiero in direzione sud-est. Una passeggiata di venti minuti vi porta su una collina dove si trova la moschea Bouzafar, detta la moschea spagnola perché costruita appunto dagli Spagnoli. È una strana costruzione, appena restaurata, dove accanto a un massiccio minareto la sala da preghiera ha il tetto spiovente.

Ed eccoti in marcia verso il tuo paese lontano,
al di là delle sabbie e benedetto dalle acque,
risalendo le distese fra un pozzo e il seguente come i gradini di una scalinata,
preso – poiché si tratta di una danza da ballare e di un luogo da vincere – nel cerimoniale proprio del deserto.
E insieme a dei muscoli, ti si struttura un’anima.
Antoine de Saint Exupery –

Parti per il Marocco in compagnia dell’autrice della guida, Alessandra Bravin.