Quando si fece l’ora salimmo la gradinata e raggiungemmo la chiesa, distante pochi metri. Era in corso la messa e ci dissero di aspettare in una cappella all’inizio della navata principale; lì dovevamo attendere che la guida ci aprisse il cancello e ci conducesse nelle viscere della terra. In una cripta della chiesa scolpita nella roccia era stata incorporata la discesa a una delle più antiche miniere cittadine; quello che si poteva riconoscere oltre il cancello in ferro battuto, a parte i primi scalini, era il buio assoluto. La guida arrivò col gruppo di studenti, accese le luci e fece strada.

In un paio di minuti di discesa raggiungemmo un tunnel pianeggiante, sufficientemente alto per poterci camminare. Il neon illuminava il percorso e anche qualche misera teca che mostrava i minerali presenti nel territorio e il materiale da lavoro dei primi operai estrattori. I muri erano scavati nella terra che trasudava umidità, alcune rocce brillavano per i cristalli di pirite e quarzo e si respirava un forte odore di zolfo. Il museo di per sé non era interessante. La cosa straordinaria era l’emozione di trovarsi sprofondati sottoterra in un contesto totalmente nuovo, non consigliato a claustrofobici.

In questi cunicoli bui esiste un’entità soprannaturale, uno spirito che tutti i minatori rispettano con timore: El Tìo, lo Zio. È colui che può apparire quando meno te lo aspetti, al termine di una faticosa giornata di lavoro per indicarti la strada giusta o per farti uno scherzo fatale. La terra dà, la terra prende. L’iconografia attuale, influenzata dal cristianesimo, lo rappresenta come un diavolo con le corna e un ghigno malefico, ma il culto è molto più antico e si identifica con la divinità andina Supay, dio della morte e del mondo di sotto. In una grotta scavata nella roccia c’è una statuina che raffigura El Tìo con un aspetto demoniaco, unghie appuntite e un elmetto. Ai suoi piedi i minatori lasciano sigarette, foglie di coca e alcool per tenerselo buono, in segno di rispetto. Questa terra che tanta ricchezza ha dato, ha anche chiesto tanto, portando via con sé in silenzio un numero incalcolabile di morti. Ancora oggi all’inizio del Carnevale, una rappresentanza di minatori porta nelle viscere della terra il lama più bello e candido e qui lo sacrifica sgozzandolo, per onorare il debito di sangue che El Tìo con frequenza chiede.

Apparentemente Oruro è solo miniere e Carnevale, come pensano i tanti turisti che la sottovalutano, ma scavando nel profondo è pronta a sorprendere, così come accade poco tempo dopo in Calle Ayacucho, una volta riconquistata la luce al termine della ripida salita. Una cosa del tutto inaspettata è lo spaccio diretto di un produttore di vino tra i più famosi di Bolivia: Bodega Campos de Solana (“Cosa ci faceva in una città di minatori così poco battuta dal turismo?”). Era una marca che ancora non conoscevo, ma l’avevo vista più di una volte nelle carte dei vini di La Paz, a fianco del onnipresente Casillero del Diablo cileno. Dietro il bancone stava una signora di mezz’età sorridente, probabilmente una parente dei produttori.

Quando la informammo che eravamo diretti a Tarija (unica zona di produzione di vino in Bolivia), mi appuntò sul retro di un biglietto da visita: Calle 15 April n.259 /663-1933, nel caso volessimo passare a visitare la cantina. Assaggiai due vini e fu subito amore. Che gran gusto! Che pulizia! Non so se fossi influenzato dalla sorpresa di trovare un banco d’assaggio in un luogo inaspettato, ma i vini mi convincevano. Non hanno un nome, ma solo l’indicazione della varietà con cui sono fatti e l’anno: Monovarietale, Bivarietale, Trivarietale.

Il primo fu un malbec in purezza, anno 2009. Un vino rosso con riflessi violacei particolarmente carico di colore con odori di frutta rossa matura e sottofondo di pepe. In bocca lascia una bella persistenza, un po’ schietto ma non aggressivo. Poi un fantastico Trivarietal fatto di Cabernet-sauvignon, Merlot e Tannat. Non si sapevano le percentuali, ma sicuramente predominava il Cabernet-sauvignon. Era un vino particolare, che aveva fatto un passaggio in rovere francese e americano guadagnandone in finezza e eleganza. Il colore era rosso rubino intenso, con un alto residuo fisso dovuto all’imbottigliamento senza filtraggio che ne ha valorizzato il corpo. I tannini erano quasi al punto giusto; avrebbe potuto invecchiare ancora per qualche anno ma sarebbe stato comunque molto gradevole.

Un bis di assaggi che aveva aumentato di molto l’aspettativa per la successiva tappa enologica in terra boliviana.

estratto daPolaris - Divino andino

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