“Se un uomo sogna da solo, il suo rimane soltanto un sogno. Ma se il suo sogno è condiviso, allora è già l’inizio della realtà”. La maglietta di Raphael con questa scritta parlava di noi. La portava giorno e notte, in quella stamberga che condivideva con me e Benjamin nel quartiere turco dell’Aja. Una dozzina di metri quadrati d’isolamento dal mondo che per mesi è stata per noi una camera, una cucina e un laboratorio di pensiero. Un postaccio che ci costava poco o nulla, in un quartiere d’immigrati dov’era assai raro scorgere un indigeno olandese. Quel posto custodiva la nostra quotidiana magia, per gli scambi, le storie e i pensieri che vivevamo al suo interno.

[…] Partire significa per me aprirmi completamente al diverso, passare del tempo in un’altra realtà e staccare la spina dalla mia cultura, per rimetterla in discussione da lontano. È forse per quest’ultima ragione che quando qualcuno di noi, in un momento di fantastica incoscienza, propone: “Andiamo in Messico in autostop. Partiamo da qui, dall’Aja, da questa città in cui ci siamo conosciuti e ce ne andiamo fino in America Latina”, non posso che abbandonare ogni forma di opposizione. Per un istante è come se la Terra avesse smesso di ruotare. Rimango incantato per un paio di secondi a guardare il nulla, con un senso di vuoto nello stomaco.

“Potremmo scendere in autostop fino al Marocco, provare ad arrivare fino alle Canarie e cercare una barca per andare dall’altro lato dell’oceano…” continuano Benji e Raphael. Io sono senza parole. A volte certe cose si sentono e basta e non sempre serve una ragione razionale per compiere una scelta. Non posso pensare a un modo migliore per realizzare il sogno di viaggiare in maniera libera con i miei amici. Non posso pensare a un modo migliore per dimostrare a me stesso che nulla è impossibile e che con la volontà e la perseveranza si può ottenere tutto. In qualche ora, mentre la nuvola di fumo che circola nella nostra stanza s’è fatta sempre più densa, la mia realtà è cambiata radicalmente. È come se il treno della libertà mi si fosse presentato dinanzi all’improvviso, lasciandomi soltanto qualche secondo per decidere se salirvi a bordo d’istinto o se lasciarlo sfuggire, perdendomi negli alambicchi della razionalità.

Viaggeremo nella maniera più ecologica possibile, con un impatto ambientale minimo, se non nullo, utilizzando soltanto le risorse che il mondo ci mette a disposizione” afferma Benjamin.
“Non ha senso inquinare il mondo per andare a conoscerlo” continuo io, immaginandomi già per le strade che portano a Sud, con il sole che mi splende sulla faccia.
“A questo punto viaggiamo senza soldi” aggiunge Raphael, con una frase secca, diretta, libera e slacciata da qualsiasi ricerca d’approvazione. “Non avremo bisogno di denaro. Non abbiamo bisogno di soldi per essere liberi.”
La sua proposta mi lascia di sasso e così non reagisco, ma mi lascio travolgere da quest’affascinante follia. La provocazione di Raphael è uno schiaffo all’idea di impossibile. Non posso fare altro che uscire in terrazzo e perdermi per qualche minuto a guardare la luna lì fuori, luminosa, almeno quanto lo siamo noi questa notte.

A mente fredda, l’indomani, mi rendo conto che partire senza soldi è un’idea solo per folli. Non posso immaginare di vivere per giorni senza un centesimo in tasca, cercando di raggiungere l’altro capo del mondo. Mi sento di fronte a un universo sconosciuto, senza sapere ancora come affrontarlo, nonostante la voglia di mettermi in gioco, di cercare il mistero e vivere l’estremo, di conoscere la fame, la sete, la vera stanchezza e la vera soddisfazione stiano crescendo giorno dopo giorno in maniera irresistibile. Voglio vivere in un modo in cui non ho mai vissuto prima, a un ritmo diverso, a contatto diretto con la gente, senza protezioni, senza scuse, senza comodità, senza privilegi, senza internet, telefono, computer. Voglio credere che tutto è possibile, anche un viaggio senza soldi, anche con un oceano di mezzo. Per farlo sono pronto a rinunciare a tutto e a rischiare tutto ciò che fa parte della mia vita in questo momento.

La parte più complessa è dare un arrivederci incerto alla persona che ho amato nell’ultimo anno in maniera intensa, senza sapere come mi sentirò al cospetto dei suoi occhi il giorno del mio ritorno. Lei continuerà a vivere la sua quotidianità lontano da me, finirà i suoi studi, realizzerà i suoi progetti e io non posso fare altro che cercare di comunicarle tutto l’amore che ho con un ultimo abbraccio. La mia mano passa tra i suoi capelli bruni e mossi. Le mie labbra si stampano sulla sua fronte calda, la sentono tremare e un tagliente senso di colpa scorre come un brivido lungo tutto il mio corpo. Ho il cuore squarciato, ma non posso resistere all’eco del mondo e a quest’incredibile occasione di osservarlo con i compagni Benjamin e Raphael. La guardo negli occhi e non riesco più a dirle nulla, prima di allontanarmi in lacrime e prometterle che tra alcuni mesi sarò di nuovo al suo fianco, sentendo un amore per lei senza precedenti.

estratto daPolaris - I passeggeri della terra