Fuori dall’aeroporto di Urgench non c’è nulla. Oltre la porta d’uscita, si apre un grande piazzale di cemento, senza autobus, taxi o procacciatori di hotel. Mi incammino a piedi, con lo zaino in spalla, cercando tracce di vita. Alla prima strada, alcuni uomini mi caricano su una marshrutka, il minibus sovietico, pieno a tal punto che l’unico posto dove posso sedermi è sopra il mio zaino, davanti a tutti. Gli Uzbeki mi sorridono all’unisono, non aspettandosi uno straniero nel loro mezzo di trasporto. Io, invece, non mi aspetto di trovarmi davanti una dozzina di bocche luccicanti di denti tutti d’oro.

Saltando da una marshrutka all’altra, arrivo a Khiva. I soldi si cambiano al mercato nero e, visto che la valuta uzbeka più grande vale meno di 50 centesimi, ho dato due banconote da 50 euro e ricevuto un sacchetto di soldi. I bancomat non ci sono, il telefono non funziona. Non c’è traccia nemmeno di fast food. I ristorantini servono spiedini di carne o riso cotto nel grasso d’agnello. Passeggio tra moschee e minareti, forme sinuose e ammalianti, che brillano sotto al sole di giorno e s’illuminano di magia la sera. Tutto intorno, c’è una distesa senza confini di sabbia: le steppe dell’Asia centrale.

Il cuore della Via della Seta era lì, tra i caravanserragli di Samarcanda, Khiva e Bukhara, dove mercanti e banditi formicolavano senza sosta. In realtà, in quelle terre non si voleva fermare nessuno, ma ci si doveva passare, volenti o nolenti, nel viaggio da Oriente a Occidente. Quelle terre sono state per secoli teatro di guerre e battaglie, formicai di mercanti e spie, soldati e gente in incognito. Ancora oggi, quasi nessuno viaggia in quelle zone di proposito. I viaggiatori che s’incontrano sono lì mentre girano il mondo in bicicletta, in moto, in autostop, spesso durante il giro del mondo. Io sono lì a farmi raccontare le loro storie e a carpire indizi sui Paesi vicini.

L’Uzbekistan mi ha rapito, ma il mio vero obiettivo è raggiungere il Tagikistan e il Kirghizistan, i villaggi e le montagne sulla strada del Pamir. Il primo a parlarne fu Marco Polo. È da qualche anno che sogno questo viaggio, che sembra impossibile a meno di partecipare ad un tour organizzato. Così chiedo informazioni a tutti i viaggiatori. Qualcuno mi dice di avere sentito dire da un viaggiatore che ne ha incontrato un altro che veniva da lì… voci di corridoio, echi non confermati, che per me sono sufficienti ad accendere la miccia.

L’Uzbekistan mi ha immerso in un mondo unico e ancora quasi incontaminato, carico di storia, intreccio di razze e di culture. Voglio tornare quanto prima in Asia centrale. A casa inizio subito una ricerca febbrile di informazioni, visti, burocrazie. Non ho ancora deciso nulla, tranne una cosa: partirò da Dushanbe, in Tagikistan, e ripartirò a Bishkek, in Kirghizistan. In mezzo, un confine a quasi 5.000 metri tra le montagne del Pamir.

Grippa - Pamir Express