ABBAZIA E GIARDINI DI GLENSTAL

Scappando, ho trovato un gioiello

Vivevo con lei da ottobre, quando ci eravamo entrambe trasferite in Irlanda, amiche, sorelle quasi; a dicembre, nel mezzo di un inverno atipico e inquietantemente soleggiato per queste latitudini, già sapevo che quella convivenza era un errore. Non avevamo in comune nulla di ciò che avevamo sognato per anni di avere. A me, ad esempio, non sarebbe mai venuta una crisi epilettica se avessi rigato una padella. Così, durante quei pomeriggi brevi che si trasformavano subitamente in notte, cercavo semplicemente una via di fuga. Salivo in macchina, dopo il lavoro, e guidavo, per ore. A Glenstal ci sono arrivata durante quelle gite ansiogene, intorno a natale.

Lassù, sul colle

L’abbazia e i giardini di Glenstal sono seduti su una collina vicino a Murroe, piccolo centro distante circa venti chilometri da Limerick, in quella regione dell’Irlanda del sudovest chiamata Munster. Incontri un centinaio di mucche, un antico cimitero e tornanti atti a creare panico nel guidatore più esperto, ma se, con traballante serenità, si seguono i vari cartelli, dopo 15 minuti impregnati da sudori freddi si arriva al cancello d’ingresso dei cinquecento acri che compongono la tenuta di Glenstal.
Poteva esserci qualsiasi costruzione oltre quel cancello, ho pensato, quando ci sono capitata in fuga dalla mia arcigna compagna di casa; sebbene non possedessi una macchina di lusso, ho deciso cautamente di abbandonarla al suo destino nel piccolo spiazzo, pochi metri di fronte all’ingresso. Nel corso degli anni, poi, ho potuto verificare che non c’erano ladri né malintenzionati lì intorno. Solo aironi e cormorani, ma quelli si sa, non rubano né rompono i vetri delle automobili.
Lì, per la prima volta, ci sono arrivata a fine dicembre, ed era già così una sorpresa meravigliosa, con gli ultimi raggi di quel sole, scarno in quel periodo dell’anno. Se, invece, ci si giunge verso maggio, quando il bel tempo non è garantito ma per lo meno viene atteso con infinita ingenuità, ad accogliere il visitatore perso ma curioso ci saranno delle enormi riunioni di rododendri rosa, viola e rossi, appigliati alla microscopica casa in pietra che, sulla sinistra del portale in ferro battuto, lo saluta e gli dà il benvenuto.

La quercia Ilchester

Cominciando a camminare su una strada ben asfaltata, alberi enormi e una pressoché illimitata varietà di fiori cominciano a venirti incontro con fare spavaldo, orgogliosi d’aver avuto la spiazzante fortuna di vedere questo luogo modificarsi nel corso degli ultimi duecento anni. I più fieri, tra tutti questi esseri verdi, sono indubbiamente le querce: di alcuni esemplari, sicuramente i più altezzosi, si dice infatti che risalgano alla foresta primordiale che una volta rappresentava la coperta d’ossigeno dell’Irlanda.
Qui, di fronte al primo lago che si incontra, si erge, un po’ spennacchiata ma pur sempre nobile, la quercia Ilchester, che alla fine del 1700 aveva fornito lo sfondo perfetto a una delle leggende romantiche della zona. Nel ruolo del ricco lord inglese, lui, lord Stavordale, di stazione con il suo fido reggimento a Limerick. Nel ruolo della dolce e carezzevole irlandese, lei, Mary O’Grady, diciottenne e bella da far paura. I due si incontrano al ballo per l’ingresso in società di Mary, i dardi dell’amore scoppiettano e li rosolano, come un arrosto, ed è subito amore. Benché valoroso, lord Stavordale non sembra essere troppo preoccupato di lasciare i compagni d’esercito e cavalcare in groppa al suo nero destriero verso la sua bella per consumare questo amore in un modo d’altri tempi, passeggiando di fronte alla quercia Ilchester, mano nella mano per infinite ore. A questo punto, interviene la profonda autostima del padre di Mary: lui pensa che la figlia, pur bellissima, non potrà mai essere accettata in quella famiglia di lord inglesi, con quelle erre poco pronunciate alla fine delle parole e quei soldi, tutti quei fantastici soldi. Li allontana con uno stratagemma, ma l’amore, di temperatura ormai equatoriale a questo punto, li rivedrà uniti, in quel lieto fine tanto atteso da tutti i romantici.

Un riempitivo linguistico

La quercia Ilchester guarda, assorta, il primo dei laghi artificiali della tenuta: gli aironi, i cormorani e i cigni sono solo alcuni tra i vari residenti ad aggirarsi nelle vicinanze di quelle piccole acque popolate perlopiù da trote. La strada continua, addobbata dalle giacche dei frequenti camminatori che, in ogni condizione climatica, fuggono a Glenstal per ricaricare i polmoni in questi acri che negli ultimi anni sono diventati un’area naturale protetta. Ti salutano, tutti, indistintamente: chi corre, chi cammina trascinato dal suo mastodontico cane, chi sfreccia sui pattini, tutti ti tireranno addosso quello che, in inglese irlandese, non è una richiesta di informazioni personali, ma un semplice intercalare linguistico. Ti chiederanno infatti “How’s it going?”. Inutile provare a rispondere quello che, per anni, ti insegnano a scuola. C’è chi ha tentato, nei primi mesi di permanenza in Irlanda, a dire “I am very well, thank you, how are you?”. Lo shock iniziale di vedere l’interlocutore apparentemente curioso allontanarsi mentre tu ti arrampichi su una risposta grammaticalmente corretta, in breve tempo, lascia spazio alla consapevolezza che quel “Come va?” altro non sia che un riempitivo socio-linguistico.
C’è chi, poi, a Glenstal, fino all’abbazia vera e propria ci arriva in macchina e anche loro ti saluteranno, alzando una mano, oppure addirittura suonando il clacson, come se ti conoscessero da sempre, come uno che non incontri da anni ma che sei contento di rivedere. L’Irlanda è così. Naturalmente immediata, semplicemente genuina.
I più buffi, poi, a muoversi nella tenuta, sono alcuni monaci benedettini che saettano in arrugginite golf car, ma che volentieri inchioderanno per darti informazioni, direzioni, consigli, o semplicemente per sorriderti chiedendoti da dove vieni, o per darti la notizia della settimana: la nascita di due piccoli cigni in quel lagno, lì di fronte a te.

estratto da

Polaris - Racconti d'Irlanda