Le nuvole corrono veloci e bianche nel cielo leggero di primavera. Il vento sbatte le stoffe degli stendardi nel torpore del meriggio, portandosi via i pensieri oltre la barriera glaciale dell’Himalaya. Sono disteso tra i massi morenici che i sovvertimenti tettonici fecero emergere dal fondo degli abissi milioni di anni fa e un sentimento dolce fluisce nelle vene, rallentando il battito del cuore in riflessioni di memorie.

Questo è il luogo che, in un tempo remoto, il saggio Padmasambhava elesse a dimora per sconfiggere gli spiriti del male. Da quel tempo il suo soffio spira liberatore nel lieve suono del mantra e solleva le bandierine votive che garriscono al cielo multicolori, spronando i cavallini del vento a portare doni agli dei. E mentre osservo il gioco delle stoffe che velano l’Everest di giallo, blu, verde, rosso e bianco, le immagini sacre dei cavallini del vento liberano i pensieri sugli erti pendii dove oggi, come un tempo, gli uomini hanno sfidato il sogno dell’impossibile.

Everest è un suono che va oltre il significato di ciò che è. Non è più solo una montagna. Ha smesso di esserlo da quando gli uomini stabilirono che la sua cima è il punto più elevato della terra, il luogo più vicino al cielo. Da quel momento per molti fu la sfida. La sfida alle forze della natura, la sfida di elevarsi nell’illusione di essere più vicini a Dio, la sfida contro i propri limiti. Per alcuni fu l’occasione del proprio riscatto, per altri il senso della vita.

Ora mi trovo qui, nella Valle di Rongbuk, irretito dalle invisibili mani del vento, dal soffio della dea madre Chomolangma, la Grande Montagna, e attendo che Mario (*) trovi la forza di salire fino a toccare il cielo. Non so quali sforzi stia affrontando in questo momento. Li posso solo immaginare, e anche l’immaginazione non sarebbe sufficiente. Per quanto esplori col binocolo, la cresta Nord Est è avvolta da polvere di neve che brilla nel sole in uno smagliante pennacchio di tulle. E anche se lo scovassi tra le rocce, anche se avvistassi per un momento la sua giacca rossa schiacciata contro la parete scura, il silenzio di quel corpo minuscolo e insignificante non mi darebbe il senso vero della sua storia, forse mi indurrebbe sulla strada fuorviante di facili romanticismi.

In fin dei conti scopro una grande caparbietà, a dispetto di ogni impedimento, in quel progredire lento, in quell’incedere passo dopo passo e se mi chiedessi che cosa significhi, ancora oggi, affrontare tutte queste privazioni e tormenti del fisico e dell’anima per salire lassù, dopo che l’Uomo ha già vinto questa sfida, ebbene, sarebbe una domanda per la quale si troverebbero una infinità di risposte. Tante quante sono le persone che sentono il bisogno di affrontare queste prove, che l’hanno già fatto, o che sono in animo di farlo, e magari sono morte in questa lotta.

Mario si porta la sua risposta addosso, come un abito confezionato e cucito anno dopo anno secondo un disegno che, come sempre mi dice, sorprende lui stesso. In fin dei conti la sua risposta è cresciuta dentro di lui o, forse, Mario ci è nato senza che ne avesse coscienza. E se oggi lui è qui, è ciò che voglio raccontare, testimone di una volontà che dà senso alla vita e alla amicizia.

(*) Mario Trimeri è il secondo italiano, dopo Reinhold Messner, ad avere raggiunto il traguardo delle Seven Summits ed è il primo al mondo, con la rumena Coco Popescu, ad aver salito le Volcanic Seven Summits, i sette vulcani più alti dei sette continenti; ma è anche l’unico sulla Terra ad avere realizzato entrambi i primati.

prologo del libro SOLITUDINI DI GHIACCIO
Solitudini di ghiaccio